Discussione generale
Data: 
Lunedì, 27 Aprile, 2026
Nome: 
Roberto Morassut

A.C. 2855

Grazie, Presidente. Devo dire che, per un attimo, sentendo l'onorevole Furgiuele che non aveva la voce, ho sperato che fosse l'effetto della manifestazione di ieri, 25 aprile, che magari aveva intonato Bella ciao a tutto volume. Sarà per il prossimo anno spero, almeno.

Battute a parte, vorrei iniziare questo mio intervento facendo riferimento ad un tema. Ecco, effettivamente, quando parliamo di mare in Italia… il mare è una risorsa effettivamente strategica, questo giustifica anche la promozione di un provvedimento specifico sul tema del mare. Il mare è un'identità nazionale per l'Italia, un'economia; è materia di lavoro e di produzione; è un tema ambientale molto complesso, di sicurezza - se pensiamo al tema dell'immigrazione -, di ricerca scientifica e di turismo. Il mare per l'Italia è storia e tradizione, quindi, è giusto effettivamente che il Parlamento se ne occupi con un provvedimento specifico ed è giusto riconoscere che il tema del mare meriti finalmente una visione più organica, superando antiche frammentazioni e antichi ritardi.

Ora, prendiamo un dato, ecco: l'Italia ha una conformazione geografica tale per cui ha circa 8.300 chilometri di coste; il numero delle coste è 8.300 chilometri, che è esattamente la distanza da Roma a Pechino: se si tende il filo delle coste italiane arriva a Pechino. Il 41 per cento di queste coste sono spiagge e, quindi, esposte all'erosione costiera, il resto sono coste, diciamo così, rocciose e in quanto tali esposte alle frane e poiché noi siamo un Paese che ha avuto e ha ancora una spinta di localizzazioni e di insediamento sulle coste, questo comporta un'enorme tema idrogeologico tutto italiano. Faccio solo un paragone per dire che l'India ha meno coste dell'Italia: la penisola indiana, comprensiva delle sue isole, perché se prendiamo solo l'India continentale… l'India continentale ha 5.200 chilometri di coste, l'insieme dell'India ha 7.300 chilometri di coste.

Quindi, ci rendiamo conto da questi semplici dati - non indugio su questo - di che cosa significhi per l'Italia il tema del mare. Ecco proprio, però, per questo dobbiamo anche dire con chiarezza che il testo che noi oggi esaminiamo appare ancora insufficiente rispetto all'ambizione del titolo che porta di “valorizzazione della risorsa mare”, perché nel tema “valorizzazione della risorsa mare” c'è il rischio di mettere tutto e niente. Significa, appunto, valorizzare il mare, ottenere insieme lo sviluppo, la tutela, la crescita, l'economia, la sostenibilità, la semplificazione e la qualità delle regole. Invece il rischio è quello di un provvedimento talmente eterogeneo che somma, ma non rende coerenti, tante norme diverse senza una strategia industriale, ambientale e sociale.

Del resto, le competenze sul tema del mare nell'ordinamento italiano nell'articolazione dei Ministeri, dei Dicasteri è già di per sé frammentata: i porti sono una questione - e i porti sono un tema strategico infrastrutturale fondamentale del quale, da quello che capisco, discuteremo presto in Parlamento con la riforma della legge sui porti -, poi il Ministero dell'Ambiente e il Ministero per la Protezione civile e le politiche del mare.

Ora noi non siamo tra coloro che dicono sempre “no”. I colleghi del Senato hanno avuto un atteggiamento serio e costruttivo, hanno avanzato tante proposte, hanno corretto alcune norme e hanno chiesto un maggiore equilibrio. Questo è lo spirito con cui noi interveniamo anche oggi per migliorare ulteriormente il testo nell'interesse del Paese.

Il primo punto che vogliamo far emergere è che la tutela ambientale non può essere un fatto residuale: quando si parla di mare, la tutela ambientale è il centro, il fulcro, di ogni discorso. Non esiste valorizzazione del mare senza la protezione degli ecosistemi marini - il Mediterraneo è oggi uno dei mari più esposti alla crisi climatica, all'innalzamento dei livelli marini, per esempio, all'aumento delle temperature, all'erosione costiera, alla riduzione della biodiversità e alla pressione antropica crescente sulle coste.

Un tema, che ho già accennato, particolarmente significativo per l'Italia, ma che riguarda tutto il sistema Mediterraneo che è un sistema di penisole, ricordava il grande storico francese Fernand Braudel che è stato un po' il punto di riferimento degli strutturalisti, degli analisti francesi, una grande scuola di storici che ha raccontato il Mediterraneo come un insieme di penisole. Questo è molto importante per capire che cos'è questo ecosistema del Mediterraneo e anche la sua conformazione storica. Se noi non difendiamo habitat fragili, fondali, praterie di Posidonia, risorse ittiche e qualità delle acque, noi non stiamo valorizzando il mare, lo stiamo consumando.

Parliamo di valorizzazione di risorse ittiche? Apro e chiudo una parentesi: l'Italia produce circa il 4-5-6 per cento del pescato europeo pari a circa 210.000 - 220.000 tonnellate di pescato annuo, ma la caratteristica della pesca italiana, dell'attività di pesca italiana è quella di essere ancora, rispetto ad altri Paesi, una pesca con caratteri, come posso dire, non completamente industriali, una pesca ancora di carattere così diffuso, che impegna migliaia di attività, di piccole imprese che sono un'ossatura dell'economia del mare. Servono, quindi, delle norme più coraggiose su ancoraggi sostenibili e un'attenzione particolare alle aree marine protette, che sono i parchi del mare, alla tutela delle acque, al monitoraggio ambientale, al contrasto all'inquinamento, alla rigenerazione degli habitat e alla pianificazione dello spazio marittimo. Questa è la strada maestra dalla quale si deve partire per ogni discorso sul mare.

Il secondo punto è l'economia del mare, cioè il lavoro di qualità, la portualità - qui non posso non fare un accenno che anticipa la discussione che noi avremo sulla legge sui porti: il fatto di delegare ad una società centrale, che sarà una società pubblica o privata aperta al contributo dei privati, l'attuazione e la definizione dei piani regolatori delle aree portuali, di fatto, sostanzialmente riducendo o espropriando il ruolo delle autorità portuali, questa è una, diciamo, scelta di non poco conto. Quando infatti si tocca il tema dei piani regolatori, si tocca un nodo fondamentale della sovranità pubblica e, in questo caso, della sovranità sul mare e il significato mi pare abbastanza importante - la cantieristica, la pesca nautica, il turismo costiero, il turismo subacqueo, ma anche, per esempio, la sicurezza del lavoro, pensiamo, appunto, alla sicurezza del lavoro nelle attività portuali, la formazione professionale, l'innovazione, il rinnovo delle competenze e il sostegno alle imprese sane.

Quando parlo di lavoro, sempre tornando al tema della portualità, per esempio, mi riferisco alla necessità e all'importanza che non si realizzi un'integrazione verticale tra chi gestisce i grandi traffici marittimi e chi gestisce le attività portuali e, quindi, integra verticalmente il lavoro che si svolge sulle navi e quello che si svolge sui porti. Questo infatti significa sfruttamento e significa far saltare antiche, chiamiamole corporazioni, ma io le chiamo corporazioni per consuetudine, antiche strutture di lavoro e di formazione sui porti, che sono importantissime, e anche il lavoro dei retroporti, degli interporti dove la logica privata è stata già, come dire, inaugurata con la legge degli interporti e anche il traffico ferroviario o quello aereo. L'integrazione di queste attività è una questione molto, molto - secondo me - pericolosa per un pezzo dell'economia del mare che, invece, deve rimanere pluralista.

Ma anche, per esempio, il tema dell'energia. Ecco, quando parliamo di rinnovabili, non ancora la scienza, la ricerca e la tecnologia sono arrivate ad approfondire debitamente il senso e il valore che può avere l'economia del mare, l'energia del mare, cioè l'energia marittima delle biomasse che sono impianti di grandissimo costo, di grandissimo impegno finanziario, ma che, per esempio, possono essere pensati come elementi da introdurre nella dismissione delle piattaforme di perforazione. Queste piattaforme di perforazione - spesso ci si domanda che cosa ci facciamo con queste piattaforme - possono essere degli agganci, degli appoggi, per realizzare impianti energetici di economia marittima per le biomasse, per la produzione di energia elettrica attraverso energia marittima. Ma pensiamo alla pesca e torno a tale tema, al settore in sofferenza per i costi energetici, per la concorrenza internazionale, per i cambiamenti climatici e così via.

Il terzo punto è il fatto che troppe norme sparse comportano poca visione. A fronte dell'ambizione dichiarata, il testo infatti presenta disposizioni che sono tra loro molto diverse: persino una delega in materia di emissioni industriali e discariche senza una cornice organica. È il solito metodo per cui si mette tutto dentro - è un contenitore ampio -, ma si rinvia la strategia ad altri strumenti o a futuri provvedimenti. Questo ci lascia molto perplessi. L'Italia avrebbe invece bisogno di un vero piano pluriennale sull'economia del mare, con obiettivi misurabili, risorse certe, cronoprogramma e coordinamento fra Stato, regioni, autorità portuali, comuni, Ministeri e operatori del settore; avrebbe bisogno di una legge organica sul mare, che possa essere, in termini di principi, declinata, secondo quanto prevede la nostra Costituzione al Titolo V, dalle regioni, con leggi regionali specifiche per le loro peculiari caratteristiche di territorio.

Citiamo anche un problema importante - e vado a concludere - ossia quello delle isole minori. Qui c'è un evidente contrasto tra gli annunci del Governo e il contenuto effettivo del provvedimento. L'articolo 25 introduce, infatti, nelle more della riforma organica in materia di isole minori - anche in questo caso una riforma che attende da anni nei cassetti -, alcune misure condivisibili: la valorizzazione del servizio prestato nelle isole minori per il personale docente e la possibilità di valutare positivamente l'attività svolta dal personale sanitario e sociosanitario. Sono misure utili certamente, ma parziali e a costo zero per lo Stato, ma soprattutto lontanissime dalla tanto annunciata riforma complessiva delle isole minori, più volte richiamata dal Ministro Calderoli e dal Ministro Musumeci e presentata come un intervento strutturale, capace di affrontare i nodi veri dell'insularità territoriale.

Il 28 ottobre scorso, il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge dedicato proprio alle isole minori, presentato come attuazione della modifica costituzionale del 2022 che ha reintrodotto il principio dell'insularità. Quanto è importante il tema dell'insularità in Italia! Questa riforma è arrivata però solo qualche giorno fa al Senato, peraltro vanificando tutto il lavoro già avviato in Commissione bilancio alla Camera.

Guardando allo stanziamento, vediamo che la tanto osannata riforma organica si traduce nei fatti in risorse assolutamente inadeguate, solo biennali, quindi temporanee e non strutturali, e a partire tra l'altro dal prossimo anno, dal 2027. Quindi, ci troviamo di fronte non a un piano organico, ma a una specie di flash e di interventi appunto spot, ma anche a disposizioni inserite dentro un altro provvedimento, che “monta” dentro il provvedimento sul mare. Allora, bisogna dirlo con chiarezza: tra gli annunci solenni e le norme approvate c'è una distanza evidente. La comunità delle isole minori merita molto di più di un rinvio indefinito e di misure tampone.

Il quarto punto è il centralismo eccessivo. I territori sono stati poco coinvolti: il mare si governa con il coinvolgimento dei territori e delle regioni. Per questo ho parlato di una riforma di principi nazionali declinabile a livello di regioni. Città portuali, isole minori, comunità costiere, pescatori, operatori turistici, università e centri di ricerca devono essere parte integrante delle decisioni, proprio perché i sistemi marini in Italia sono plurali e plurimi per quella caratteristica delle nostre coste, che ho richiamato all'inizio, dal punto di vista sia quantitativo sia qualitativo, di caratteristiche geografiche.

Il quinto punto è la sicurezza e la legalità. Il mare è anche una frontiera - lo sappiamo benissimo - di traffici commerciali, di sicurezza energetica, di tutela delle infrastrutture critiche, di controllo dei traffici illeciti del contrabbando, di Protezione civile, di immigrazione. Ebbene, occorre rafforzare gli strumenti disponibili, ma, come sempre, nel quadro del diritto internazionale, del diritto sul mare, che è uno dei codici più antichi della convivenza civile nel mondo, della cooperazione europea e del rispetto delle competenze istituzionali: tutto questo rappresenta per noi un punto imprescindibile che non passa attraverso questo provvedimento.

Concludo, Presidente. Colleghi, vogliamo un testo più forte e più utile. Vogliamo che il termine “valorizzazione” significhi davvero creare una ricchezza buona e stabile di lavoro, di tutela ambientale, di innovazione e di giustizia territoriale. Per questo presenteremo proposte migliorative.

I nostri emendamenti mirano a rafforzare il coinvolgimento delle regioni e delle autonomie territoriali, prevedendo la loro presenza nel CIPOM e il coinvolgimento della Conferenza Stato-regioni nelle decisioni della zona contigua.

Un secondo gruppo di proposte punta a migliorare la tutela ambientale, estendendo le protezioni al patrimonio culturale e al patrimonio naturale marino, imponendo il rispetto della normativa UE e internazionale e introducendo ormeggi ecocompatibili e maggiori tutele per i fondali, grotte marine e habitat sensibili. Diversi emendamenti riguardano poi la sicurezza delle attività subacquee, requisiti più chiari per guide e istruttori, attrezzature certificate, certificazioni mediche adeguate e limiti numerici alle immersioni guidate e di addestramento. Altre proposte intervengono a sostegno delle attività economiche e del mare, estendendo le polizze catastrofali agli eventi meteo marini estremi, chiarendo le regole del trasbordo degli equipaggi nella pesca professionale e ampliando la possibilità di riuso delle piattaforme dismesse per ricerca, energia rinnovabile, come ho detto poc'anzi, acquacoltura e turismo. Infine, viene chiesta la soppressione dell'articolo 34, ritenuto estraneo al contenuto del provvedimento.

Se il Governo accoglierà queste proposte, renderemo il provvedimento migliore. Se invece prevarrà l'autosufficienza propagandistica, resterà un'occasione persa, un'occasione parziale.

Il mare non ha bisogno di slogan, ma di politiche industriali, di tutela ecologica e di visione nazionale. Su questo terreno continueremo il nostro confronto responsabile e serio, sapendo - come ho detto all'inizio e concludo davvero - che il mare è tradizione, è storia, è economia; è il presente e il futuro per il nostro Paese, in un mondo aperto, in un Mediterraneo crocevia di nuovi traffici e di nuove relazioni internazionali; in un mondo aperto e di pace, in un Mediterraneo aperto e di pace.